indicazioni_per_intuizioneIn questo testo Deepak Chopra condivide la sua esperienza in Tailandia e ci racconta come si diventa monaci:

Il viaggio di un monaco.
Negli ultimi due decenni mi sono concesso a volte una settimana di silenzio per rinnovare il mio spirito. Qualche anno fa, ho scoperto che esiste una tradizione in Tailandia per cui alcuni amministratori delegati di grandi aziende e politici si prendono una o due settimane di ritiro in silenzio come i monaci buddisti. Questo perchè ricordino di essere umili in spirito e di ancorarsi alla sobrietà.

Quando recentemente ho incontrato Joy Sopitpongstorn, che è un’amica della Tailandia, le ho chiesto se fosse possibile per uno ‘straniero’ essere ordinato. Joy è un’amica di vecchia data che ha frequentato i miei corsi in India. Dopo aver fatto alcune ricerche, Joy mi ha informato di aver ottenuto un permesso perché potessi partecipare al ‘viaggio di un monaco’ per due settimane.
Così sono andato in Tailandia il 26 giugno.

La prima parte del mio viaggio consisteva nell’abituarsi alle avversità. Per questo sono andato al Wat Sunandavanaram, il Monastero della Foresta, sotto la guida di un famoso ma austero abate d’origine giapponese conosciuto come il Venerabile Arjarn Mitsuo. In questo monastero ho dovuto dormire su un pavimento di legno, svegliarmi alle 2 ogni mattina per meditare con gli altri monaci sulla transitorietà della vita e sulla mia morte fisica. Dovevamo farlo fino alle 4.30 del mattino, dopodiché seguiva la pratica della meditazione della consapevolezza fino alle 6.30 circa, e infine dovevamo andare a fare il ‘giro dell’elemosina.’

I monaci camminavano scalzi sul terreno accidentato attraverso i villaggi vicini.  Dal momento che non ero un monaco ordinato, mi era permesso indossare le mie scarpe e servire come assistente dei monaci. I contadini poveri dei villaggi si mettevano in fila per le strade e facevano offerte di cibo ai monaci. Se le loro ciotole si riempivano, io le svuotavo in una grande borsa che portavo in modo che potessero essere riempite di nuovo.
Era meraviglioso vedere lo sguardo di riverenza sui volti degli abitanti del villaggio mentre offrivano le loro elemosina ai monaci, i quali a loro volta, in silenzio, li benedicevano.

Tornavamo dal giro dell’elemosina verso le 8 del mattino, dopodiché avevano il nostro unico pasto della giornata. Tutti condividevamo il cibo che ci era stato offerto e mangiavamo in silenzio con piena consapevolezza.
Il resto della giornata trascorreva nella meditazione. Alla sera incontravamo il Venerabile Arjarn Mitsuo, che ci guidava ulteriormente nella percezione consapevole del respiro, dei sentimenti, delle emozioni e del movimento.
Dormivamo attorno alle 10 di sera per svegliarci di nuovo alle 2 per meditare sulla transitorietà e sulla morte.
Le condizioni del monastero erano molto basiche, senza acqua corrente e alcune zanzare con cui fare i conti.

L’ordinazione al Monastero della Foresta.
Dopo qualche giorno di queste difficoltà, mi spostai al Monastero della Foresta, il Chiang Khong, dove dovevo essere ordinato ufficialmente.
Il fratello di Joy, Jate, un giovane di 36 anni, decise all’ultimo momento che sarebbe stato ordinato con me. Il secondo monastero sotto la guida del Venerabile Abate Arjarn Ekachai era più comodo del precedente e avevamo acqua corrente.

La cerimonia d’ordinazione richiedeva che memorizzassimo alcuni degli insegnamenti di Buddha e li cantassimo in Pali. Pali è un linguaggio derivato dal sanscrito ed era la lingua parlata al tempo di Buddha. Sorprendentemente non ho avuto difficoltà a memorizzare i versi che mi è stato chiesto di recitare per l’ordinazione.

La cerimonia d’ordinazione è cominciata alle 6 del mattino al Monastero Chiang Kong. Si presentarono per assistere circa 1000 paesani da tredici villaggi vicini.

Dopo tanti canti e istruzioni dal Venerabile Arjarn Ekachai e un altro monaco superiore sulle responsabilità di un monaco ordinato, incluso il seguire i cinque precetti, comprendere le Quattro Nobili Verità, e praticare gli otto sentieri dell’Illuminazione, dovevamo anche sottoporci alla cerimonia della rasatura della testa. Non mi resi conto che la rasatura includeva le sopracciglia. Ma in quel momento avevo lasciato andare tutti i legami e avevo deciso di sottopormi all’intero processo. Mio figlio, Gotham, era presente per testimoniare e filmare la cerimonia mentre io e Jate attraversavamo il processo.

Dopo la cerimonia della rasatura, gli abitanti del villaggio si sono messi in fila per legare uno a uno dei fili ai nostri polsi. Era un gesto simbolico per indicare che paesani e monaci ci avevano abbracciato come loro famiglia. Questa parte della cerimonia è durata due ore e io e Jate siamo rimasti seduti sul pavimento con le gambe incrociate.

Dopo la cerimonia del filo, tutti gli abitanti del villaggio venivano nutriti con cibo cucinato da volontari. Tutto ciò ci ha portato al mezzogiorno, dopodiché io e Jate siamo saliti su due elefanti come parte di un corteo al tempio buddista dove doveva aver luogo l’ordinazione e il vestimento dei monaci. Il corteo era molto festoso, con tamburi e canti, e gli abitanti dei villaggi erano tutti vestiti con abiti celebrativi colorati.
Siamo scesi dai nostri elefanti dopo aver raggiunto il tempio dove è iniziata la cerimonia d’ordinazione. È durata cinque ore, con me e Jate che recitavamo i nostri canti buddisti per provare che avevamo fatto i nostri ‘compiti’. Infine ci è stato chiesto di rinunciare ai nostri vestiti e di scambiarli con abiti da monaco. Io e Jate siamo usciti dal tempio alle 5.30 del pomeriggio con le nostre ciotole dell’elemosina e in vestiti da monaco, e tutti gli abitanti dei villaggi si sono prostrati ai nostri piedi con riverenza e hanno fatto offerte e hanno riempito le nostre ciotole. Ora eravamo ordinati.

Mente aperta, cuore aperto.
Al ritorno al monastero il Venerabile Arjarn Ekachai ci ha istruito circa la nostra routine, che doveva essere simile a quella del monastero precedente. Durante la settimana seguente abbiamo mantenuto silenzio e la routine come da istruzioni.

La mia unica sfida era camminare scalzo attraverso i villaggi. I sentieri erano a volte rocciosi e a volte pieni di setole e spine, ma camminavano su di essi nonostante il dolore.
Il Venerabile Arjarn Ekachai ci avrebbe incontrato nel pomeriggio e in tarda serata per continuare nella nostra pratica della consapevolezza.
Siccome non c’erano specchi non sapevamo come apparivamo. Gli altri ci trattavano con grande rispetto e riverenza e gli abitanti del villaggio erano molto generosi nel dare elemosina, che per lo più comprendeva riso, verdure, frutta, uova sode e a volte anche una tavoletta di cioccolato.
Era incredibile vedere la generosità e l’amore e il rispetto negli occhi dei paesani quando ci offrivano cibo. Mangiavamo una volta al giorno come nel monastero precedente.

Col tempo ho iniziato a sentire che perdevo il senso della mia precedente identità. Fisicamente ero senza capelli e sopracciglia. Camminavo scalzo. Vestivo abiti da monaco. Praticavo la consapevolezza giorno e notte, oltre alla meditazione sulla caducità e sulla mia propria morte fisica.

Il Venerabile Arjarn Ekachai ci spiegò che stare in questo stato di coscienza e liberarsi dell’identità precedente permette alle qualità divine di emergere – amorevole gentilezza, compassione verso tutti gli esseri, felicità per la felicità altrui ed equanimità. In effetti ho sentito la verità di tutto questo nella mia esperienza.
Ho capito che aggrapparsi a tutto è veramente come aggrapparsi al tuo respiro. Inizi a sentirti soffocare. Era liberatorio lasciare andare.

Prima di andare alla cerimonia di chiusura, abbiamo preso i nostri capelli, li abbiamo messi su foglie di palma e siamo andati al Mekong River, che scorre tra la Tailandia e il Laos. Siamo saliti a bordo di una barca e siamo andati verso un santuario sulla riva del fiume dove abbiamo offerto al fiume i nostri capelli che sono galleggiati via.  Ciò simbolizzava il lasciar andare le nostre certezze e legami abituali e il creare lo spazio per cose nuove, migliori e più spirituali nelle nostre vite. I capelli, che sono parte del nostro corpo e provengono dagli elementi, tornavano agli elementi.

Dopo un’intera settimana, io e Jate ritornammo a Bangkok di nuovo portando i nostri vestiti abituali. Ma guardando nello specchio non ho potuto riconoscere me stesso  e sono scoppiato a ridere.

Che cosa ho imparato?
1.    Quando lasciamo andare le nostre certezze abituali, le etichette e le definizioni che noi e altri ci hanno dato, ciò che emerge è una pura innocente, gioiosa, umile, creativa e libera coscienza. È certamente l’esperienza di un io più reale e autentico che giace sotto le nostre maschere sociali.
2.    I monaci stessi erano l’incarnazione perfetta dell’eleganza della semplicità, dell’equanimità, della compassione, della gentilezza e della gioia.
3.    I paesani e gli abitanti dei villaggi erano generosi e davano, e a mio parere possedevano, più felicità di alcune delle persone più ricche del mondo.
4.    La consapevolezza della caducità rende prezioso ogni momento, e un’opportunità per dare e ricevere.
5.    La compassione ci aiuta ad andare oltre l’illusione di un io separato.
6.    La vita è un continuum di esperienze che accadono in un eterno ora. Quando siamo stabili nella consapevolezza del momento presente, si verifica un risveglio dell’innocenza, della gioia e dell’intelligenza che è la nostra natura essenziale.
7.    Capire e abbracciare la caducità ed essere consapevoli della nostra propria morte rende prezioso ogni momento e ci ricorda di ciò che è realmente importante nella nostra vita in modo che possiamo essere felici e rendere felici gli altri.
8.    Noi creiamo il nostro proprio ambiente. La quieta dignità e serenità dei monaci e degli abitanti dei villaggi che ci hanno accolto hanno creato un’atmosfera di pace, gioia e un sentimento di abbondanza che i soldi non possono comprare.

Sono tornato ora a New York e mi sto abituando alla mia routine dello scrivere, parlare in pubblico e offrire consulenza. Quello che ho riportato con me è una presa di coscienza nuova e rinnovata di come possiamo essere tutti e di come questa trasformazione in noi può contribuire a creare un mondo migliore.
Con amore,
Deepak”
Deepak Chopra, A Monk’s Journey

“Questa nostra vita è transitoria come le nuvole autunnali. Guardare la nascita e la morte degli esseri è come guardare il movimento di una danza. Una vita è come il balenare di un lampo nel cielo. Precipitarsi come un torrente giù per una ripida montagna.” Buddha

Per approfondire il tema dell’apprendistato in un monastero: nel libro autobiografico Indicazioni per l’Intuizione, Soko Morinaga Roshi ci narra la sua esperienza come monaco zen.

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